2016 anno bisesto

martedì 21 aprile 2015

Utopia o distopia ?













Dispiegandosi nel tempo e nello spazio la visione storica degli avvenimenti degli ultimi duecento anni - che nelle scuole di ogni ordine e grado vengono sempre insegnati con ottica minimalista e agiografica in modo che gli studenti non ne colgano la trama sottesa - l'esperto può comprendere sempre meglio l'intero quadro.
Nel 1815 - giusto duecento anni fa - con la Battaglia delle Nazioni e il Congresso di Vienna, l'Europa aveva raggiunto un'invidiabile periodo di equilibrio politico e pace.
Equilibrio e pace che a qualcuno - che nei successivi cento anni tentò di tutto per scalzarli - non andavano proprio a genio.

Da quel momento si fece di tutto per alimentare rivoluzioni  e guerre foraggiate soprattutto da  élites intellettuali emergenti ( che rincorrevano utopie) e dalle lobbies dall'industria pesante che insieme a macchine, utensili  e pentole sfornava anche armi, finché si raggiunse il primo obbiettivo per accontentare le  élites emergenti e le lobbies industriali pronte a vendere le armi: una guerra mondiale, un sovvertimento totale di quell'equilibrio e di quella pace e la costituzione di quell'inutile Istituzione che portò dritti alla seconda guerra mondiale: la Società delle Nazioni.
Inutile? Si perché inefficace, apatica, statica. Ma non bastò.
Alla fine del primo insuccesso se ne costruì un secondo, ancora più mastodontico e pletorico: l'ONU - con le sue commissioni, sottocommissioni, agenzie, sottoagenzie, eccetera -  perché – si disse - ci si prefiggeva:

1 - mantenere la pace e la sicurezza internazionale;

2 - promuovere la soluzione delle controversie internazionali e
     risolvere pacificamente le situazioni che potrebbero portare a una rottura della pace;

3 - sviluppare le relazioni amichevoli tra le nazioni sulla base del rispetto del 
     principio di uguaglianza tra gli Stati e l'autodeterminazione dei popoli;

4 - promuovere la cooperazione economica e sociale;

5 - promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali a vantaggio 
     di tutti gli individui;

6 - promuovere il disarmo e la disciplina degli armamenti;

7 - promuovere il rispetto per il diritto internazionale e incoraggiarne lo sviluppo 
     progressivo e la sua codificazione.

Ma non bastò ancora: si volle perseguire il sogno della Unione Europea. Sogno già ampiamente realizzato  nei secoli precedenti dall’Impero Asburgico che venne, appunto, metodicamente smontato pezzo per pezzo (sia dall'interno che dall'esterno)  perché non rispondente ai criteri  di certe élites emergenti.
Utopie, utopie, utopie?

A settant'anni circa da questi fantastici programmi possiamo osservare lo Stato Dell’Europa e del Mondo:

- Crisi economica galoppante

- il Medio Oriente sconvolto

- sistematica persecuzione dei cristiani e “pulizie etniche”

- ritorno delle schiavitù e dei traffici illeciti di ogni tipo

- maree di profughi con migliaia di morti da Asia e Africa

Tutto  sotto l'occhio rattristato e impotente del " Concerto delle Potenze " della UE  e dell’ONU .

Una visione troppo negativa? Un' utopia trasformata in distopia?

Si moltiplicano le “Conferenze” di queste Istituzioni per risolvere questi crescenti problemi: vedremo cosa sono in grado realmente di fare.




giovedì 2 aprile 2015

Gite, ovetti e leprotti bisestili



..."Carissimi fratelli e sorelle dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio,

devo confessarvi, aprendo questo messaggio per la Pasqua di Risurrezione, il forte disagio che provo nel pensare che le grandi parole e le grandi certezze della Risurrezione di Cristo - e in lui della risurrezione dell’uomo e del mondo - rischiano di non colpire più nessuno, nemmeno noi che le diciamo. "...

Colpiscono le parole di un Vescovo che alla vigilia di una Pasqua di Resurrezione in questi nostri tempi inquieti e violenti,  apre il suo messaggio alla sua Diocesi con queste parole disincantate. Esse sono amare ma fotografano con esattezza  la grande tentazione che serpeggia in questi giorni nei battezzati dell'Occidente che hanno chiuso in un armadio il loro Battesimo : partire per uno sfiancante week end "all inclusive", partecipare a pranzi pantagruelici e gite fuori porta per smaltirne le calorie, distribuire ai bambini ovetti e soprattutto coniglietti e leprotti bisestili di cioccolato, festeggiare acriticamente una "festa della primavera" e, forse, ma solo forse, fare una capatina turistica in piazza san Pietro o nella cattedrale della propria città " perché è vacanza, perché è una gita turistica, perché è Pasqua".

Certo l'amarezza per quello che si intuisce avverrà, è una grande tentazione, però  quanto succede  non è una novità ma il ripetersi storico - dalla fuga dall'Egitto dei Faraoni alla cattività nei regni Assiri, dal Fiorile della rivoluzione francese alle contestazioni verso i Presepi e i Crocifissi - del tentativo di negare la Novità che nonostante tutto irrompe ciclicamente nella storia umana.

Perché tanto impegno per negare certe situazioni se, a detta di coloro che profondono l'impegno per cancellarne ogni traccia, sono innocenti "miti"? Quando mai "innocenti miti" fanno paura? Fanno forse paura Odino, Zeus, Thor, Budda o gli abitatori di altre storie lontane?

È invece la  guerra a volte sotterranea, a volte conclamata, che è stata proclamata nei secoli fino a oggi, a determinare l'importanza dell'Annuncio Pasquale. Che  per i suoi detrattori e negatori rimane un monito inquietante, qualcosa che gli fa perdere il lume della " ragione", e per i credenti un Annuncio di liberazione e di salvezza.

La stessa salvezza che anche il Vescovo, nonostante l'amarezza iniziale, indica nel suo  saluto alla Diocesi con  immutato ottimismo:

..."Questa, fratelli e sorelle, è la Pasqua: Cristo ha vinto la morte ed è risuscitato, e la morte è il segno vergognoso del male e della violenza. La morte ci ricorda che l’uomo non può realizzarsi con le sue mani, con la sua intelligenza, con la sua volontà...."


Ecco Cristo è risorto, in verità è risorto!

 
Il Vescovo e la lettera:




giovedì 26 marzo 2015

Corsi e ricorsi vichiani: nella diversità delle situazioni storiche il permanere dello stesso messaggio.

Augustus von Galen

http://www.dhm.de/lemo/html/wk2/holocaust/euthanasie/index.html
Deutsches Historisches Museum



da La Croce e la svastica - RAI 3

 Non è raro, in presenza di differenti coordinate storiche, trovarsi davanti ad un identico messaggio,  proposto magari con parole e finalità apparentemente diverse, ma che ha come "nocciolo" gli stessi intenti di fondo.
Lettera diversa dunque, per un risultato finale, però, invariato.
E, in queste situazioni emerge molto spesso come anche le soluzioni a certe situazioni apparentemente differenti siano, praticamente le stesse, anche se, a volte, si potrebbero considerare, vecchie, inattuali, sorpassate.
Come esempio si potrebbe portare la forza di un'omelia. Parola che evoca un lontano passato medioevale ma che, nella situazione sottodescritta, ebbe un impatto non indifferente.
Il 3 e il 20 agosto  1941, il vescovo di Münster, Augusto von Galen pronunciò, infatti, tre omelie.
L'intero testo di quella del 3 agosto può essere consultato al link:
Il cuore di questa lettera, comunque, è in queste parole:
"...Se si afferma e si accetta il principio secondo cui possiamo uccidere i nostri fratelli improduttivi, calamità e sventura si abbatteranno su di noi quando diventeremo vecchi e deboli!  Se permettiamo che uno di noi uccida chi è improduttivo, la sventura si abbatterà sugli invalidi che hanno esaurito, sacrificato e perduto salute e forza nel processo produttivo. Se permettiamo che uno di noi elimini con la forza i nostri fratelli improduttivi, la sventura ricadrà sui valorosi soldati che hanno fatto ritorno in patria gravemente feriti, mutilati, storpi, invalidi. Se anche per un'unica volta accettiamo il principio del diritto a uccidere i nostri fratelli improduttivi - benché limitato in partenza solo ai poveri e indifesi malati di mente - allora in linea di principio l'omicidio diventa ammissibile per tutti gli esseri improduttivi, i malati incurabili, coloro che sono stati resi invalidi dal lavoro o in guerra, e noi stessi, quando diventiamo vecchi, deboli e quindi improduttivi.
Basterà allora un qualsiasi editto segreto che ordini di estendere il metodo messo a punto per i malati di mente ad altre persone improduttive, a coloro che soffrono di malattie polmonari incurabili, ai vecchi deboli o invalidi, ai soldati gravemente mutilati. A quel punto la vita di nessuno di noi sarà più sicura. Una qualsiasi commissione ci può includere nella lista degli improduttivi, a suo giudizio diventati inutili. Nessuna polizia, nessun tribunale indagherà sul nostro assassinio, né punirà l’assassino come merita.
Chi potrà più aver fiducia di un medico? Potrebbe denunciare il suo paziente come improduttivo e ricevere istruzioni per ucciderlo. E’ impossibile immaginare quali abissi di depravazione morale e di generale diffidenza perfino nell’ambito famigliare toccheremmo, se tale orribile dottrina fosse tollerata, accettata, messa in pratica.
Sventura al genere umano, sventura alla nostra nazione tedesca se non solo viene infranto il santo comandamento di Dio: "Non uccidere", che Dio proclamò sul monte Sinai tra tuoni e lampi, che Dio nostro creatore impresse nella coscienza del genere umano fin dall'inizio del tempo, ma si tollera e ammette che tale violazione sia lasciata impunita..."
Una semplice omelia che, come già si è detto ebbe un impatto non indifferente, come ricorda il link:
soprattutto nel paragrafo che dice:
"...Le tre omelie di von Galen furono diffuse clandestinamente in tutta la Germania da cattolici, da luterani e da ebrei. Tra Il 4 e il 5 novembre aerei alleati fecero piovere sulla Vestfalia volantini con il testo dell'omelia del 13 luglio. Il 9 novembre Goebbels pronunciò un minaccioso ammonimento pubblico contro von Galen senza nominarlo direttamente, mentre centinaia furono gli arresti tra chi che diffondeva le sue omelie. L'8 giugno del 1943 il New York Times dedicò un articolo a von Galen, definendolo «l'oppositore più ostinato del programma nazionalsocialista anticristiano».

L'omelia ebbe comunque il potere di bloccare il famigerato programma T4 che poté essere riapplicato solo più tardi nel segreto dei campi di sterminio.



sabato 14 marzo 2015

Libertà di parola e d'opinione



Henri-Benjamin Constant de Rebecque







Henri-Benjamin Constant de Rebecque

(
Losanna, 25 ottobre 1767 – Parigi, 8 dicembre 1830) è stato uno scrittore, politico, scienziato politico, nobile ed intellettuale francese di origine svizzera.



A lui si deve la definizione di libertà nella società moderna

Autore di orientamento liberale
, più legato alla tradizione anglosassone che a quella francese, guardava più all'Inghilterra che all'Antica Roma come modello pratico di libertà all'interno di una vasta società commerciale. Egli delineò la distinzione tra la "Libertà degli Antichi" e la "Libertà dei Moderni". La prima era partecipatoria, basata sulla libertà repubblicana, e dava ai cittadini il diritto di influenzare direttamente la politica tramite dibattiti e votazioni nelle pubbliche assemblee. Allo scopo di sostenere questo grado di partecipazione diretta, la cittadinanza era un obbligo morale che richiedeva un considerevole dispendio di tempo ed energia. Generalmente ciò richiedeva una sottoclasse di schiavi per assolvere a gran parte del lavoro produttivo, lasciando così ai liberi cittadini la possibilità di deliberare sugli affari pubblici. La "Libertà degli Antichi "era anche delimitata a società relativamente piccole ed omogenee, nelle quali la popolazione poteva radunarsi in un unico luogo per dibattere la cosa pubblica.
La "Libertà dei Moderni", di contro, era basata sul godimento delle libertà civili, sul dominio della legge, e sulla libertà dall'ingerenza dello Stato. La partecipazione diretta veniva così limitata: ciò era una conseguenza necessaria all'interno degli stati moderni, ed anche un risultato inevitabile dell'aver dato vita ad una società commerciale in cui non esistevano schiavi ma ognuno doveva guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro. Per questo motivo coloro che avevano diritto al voto dovevano eleggere dei rappresentanti che avrebbero deliberato in un Parlamento
in rappresentanza del popolo liberando i cittadini dall'onere della politica.
Volendo ora parlare di una particolare libertà, la libertà di parola o d'opinione, possiamo dire che, nel mondo moderno, è considerata un concetto basilare nelle democrazie liberali. Il diritto alla libertà di parola non è tuttavia da considerarsi illimitato: i governi possono, sotto l'aiuto delle Nazioni Unite e dei Paesi che vi prendono parte, decidere di limitare particolari forme di espressione, come per esempio l'incitamento all'odio razziale, nazionale  o religioso, oppure l'appello alla violenza contro un individuo o una comunità, che anche nel diritto italiano costituiscono reato.
L'origine del concetto e della pratica della libertà di parola risale all'antica Grecia, in particolare nelle polis  con regime democratico, dove veniva chiamata col termine parresia (dovere morale di dire la verità) (greco: παρρησία), la facoltà che i cittadini (di condizione libera) avevano di esprimere liberamente la loro opinione durante le assemblee pubbliche che si svolgevano nell'agora'. Il termine compare per la prima volta nel tragediografo greco Euripide nel V secolo a.C e ricorre in tutto il mondo letterario greco fin nei testi  patristici del V secolo d.C. e, per l'ultima volta, nel Dottore della Chiesa  Giovanni Crisostomo. 
Secondo il diritto internazionale, le limitazioni alla libertà di parola devono rispettare tre condizioni: devono essere specificate dalla legge, devono perseguire uno scopo riconosciuto come legittimo ed essere necessarie (ovvero proporzionate) al raggiungimento di quello scopo.
Gli antichi greci avevano stabilito che per dire la verità occorreva "dire tutto" ciò che si aveva in mente. La stessa etimologiadi parresia (Παρρησὶα) è quello attribuito a pan (tutto) e rhema (ciò che viene detto). Nella parresia si supponeva che non ci fosse differenza tra ciò che uno pensava e ciò che diceva.
( da Wikipedia)

Prendendo spunto da queste definizioni constatiamo subito che il discorso delle libertà personali, sopratutto quello riguardante la  libertà di parola e d'opinione, sottolinea come  oggi, nel mondo attuale, non si faccia  un discorso di libertà  di parola totale ma di libertà a sovranità limitata. 
Diciamo che siamo in un mondo dove godiamo di tutte le libertà, e nella fattispece della libertà di parola e d'opinione, tranne quelle proibite, oppure il contario. Vivamo in un  mondo dove è tutto proibito tranne ciò che  è permesso ( con buona pace del mito secondo cui  questo dell' Occidente  è il mondo di tutte le libertà.)
E queste proibizioni possono venire da istituzioni internazionali o da governi che hanno la facoltà di mettere paletti ovunque alla libertà d'opinione del singolo individuo, fino a costruire un modo di esprimersi codificato. Oggi, questo " galateo di comunicazione" viene  sempre più indicato come "politically correct". 
Se, facendo un 'esempio qualsiasi, un governo decide che il bianco sia nero o viceversa, nessuno potrà sostenere il contrario senza incorrere in sanzioni.
Nel mondo di oggi questa tendenza è sempre più concreta.
Ma in questi termini, si può ancora parlare, oggi, di diritto umano alla libertà?

Le due  raffigurazioni della Libertà sottostanti  possono oggi ancora rappresentare
l'idea  che le ha concepite  alla fine del XVIII secolo, quando si volle abbattere
l'oscurantista Ancien Regime, " negatore" di tute le libertà individuali?



Parigi - bassorilievo della Libertà



New York - statua della Libertà



giovedì 26 febbraio 2015

Pascoli e Circhi

Stock Exchange - il Mercato
Neve artificiale

Pascoli in quota

Circo bianco
L'Europa e' nata anche sulle montagne, nei luoghi impervi delle catene montuose del continente dalle Alpi  ai Carpazi, dai Pennini inglesi fino agli Urali: una caratteristica unica che dovrebbe indurci a pensare prima che sia troppo tardi per le nostre tradizioni millenarie e la nostra civiltà..
Mentre, nei lunghi secoli del primo medioevo, la minaccia arrivava da mare e da terra con le invasioni e le migrazioni, gruppi sempre piu' numerosi di persone hanno cercato  la salvezza lungo i tracciati montani del morente Impero Romano e i sentieri in alta quota, trovando riparo tra valli ospitali difese da alti monti, portando con loro l'unica ricchezza che possedevano: gli animali domestici e soprattutto bovini e ovini.
Cosi' e' nato un luogo a noi famigliare, dato per acquisito da sempre, su cui mai ci siamo sognati di fermarci e pensare: il pascolo alpino.
Soffermandoci  a riflettere, invece, ci accorgiamo pero' che  nulla e'  meno naturale di un pascolo alpino, a cui l'usanza di quasi due millenni ci ha ormai abituato. 
Quale animale domestico, infatti, si sarebbe inerpicato su inesplorati e faticosi tratturi di sua iniziativa, tra foreste di conifere, lottando con gli animali selvatici e il fitto sottobobsco per trovare nutrimento? Nessuno. E' stato l'ingegno umano, spinto dal  pericolo, a ideare il pascolo  d'alta quota, a incanalare le sorgenti nei fontanili, a costruire malghe e recinti, a segnare sentieri relativamente sicuri con cippi e cappelle tra un agglomerato di case e un villaggio, a erigere rifugi e monasteri su passi sperduti, quasi sentinelle di un passaggio sicuro, a istituire quel sussurrato ma valido galateo - garanzia di una patria comune su quei sentieri - sintetizzato dall'ormai dimenticato saluto internazionale  nelle sue diverse declinazioni: "Grűss Gott".
Il pascolo montano ha  popolato le montagne più  impervie e ha costituito per lunghissimi secoli sia un formidabile strumento di civilta' sia l'economia del mondo alpestre, permettendo lo svolgersi della vita in luoghi  che, altrimenti, sarebbero rimasti inospitali e selvaggi, come purtroppo oggi stanno trasformandosi tante zone, per l'abbandono della civilta' alpestre e l'incalzare del pacchetto turistico del" tutto compreso".
Un'economia, quella montana, all'insegna dell'ecologia che non violentava le montagne, salvaguardandole, con opere di agricoltura e di pascolo, da smottamenti e frane e altri disastri naturali. Che rispettava fiumi e torrenti, manutenendone i letti, non deviandone il tracciato, in modo da impedire piene rovinose e alluvioni. Che rispettava l'inverno in tutte le sue forme di neve e ghiaccio, perche' - come diceva l'antico adagio: " sotto la neve, pane". E, rispettando l'inverno, difendeva il corretto svolgimento del clima e delle stagioni.
Pensiamo per un momento ad altre montagne in altri continenti, dove nessuno ha instaurato il pascolo  alpino. Pensiamo  alle Montagne Rocciose, ai Monti Appalachi o alle Ande, alle Ambe africane: distese di foreste incontaminate o di rocce  o di alte praterie che per migliaia di chilometri non offrono altro che silenzio disabitato. Non ci sono pascoli, non ci sono  rifugi, non c'e' quella solida rete di villaggi che fino a settant'anni fa costituiva un saldo tessuto montano di civilta' diffusa.
Purtroppo anche in Europa, con l'industrializzazione dell'economia della montagna -  reiventata perche' piu' remunerativa - si sono diradati i pascoli, svuotate le malghe, abbandonati all'incuria i letti dei fiumi  e i villaggi, ormai  ridotti a segni folkloristici, deviata e sequestrata l'acqua per dighe e " cannoni" da neve, occupati i territori da strutture turistiche di ogni genere.
E' arrivata la stagione del " circo bianco" e del " trekking", dove tutto e' in funzione uno sfruttamento artificiale e  intensivo del territorio secondo le regole del mercato.
Il risultato e' sotto i nostri occhi: l'assalto  settimanale al territorio, pendici disboscate, cementificazione di fiumi e torrenti, aumento del dissesto idrogeologico, perdita della bellezza incontaminata di un tempo ora che la montagna e' costellata da ogni genere di cartacce, lattine e spazzatura tra i boschi - spesso ridotti a discariche - e le nevi dell'alta quota. I villaggi sono diventate caricature folkloristiche della vita di un tempo, ma dietro di loro c'e' una nuova economia che non ha piu' nulla di ecologico: l'inverno e' forzatamente imbiancato dai cannoni perche' spesso il ciclo biochimico della montagna e' alterato e manca la neve per lo sci, l'estate pullula di turisti che cercano invano la genuinita' fittizia di una vita che non c'e' piu'.
E  l'assalto che si ripete  settimana dopo settimana, nei week end, mentre  il degrado avanza dietro la vernice di una modernita' abbandonata quando non " rende" piu' che costruisce una montagna nemica, selvatica e irta di pericoli.
Sembra  quasi una parabola: quella  dell'Europa che ha barattato un'intera civilta' per la logica del "mercato ad ogni costo".
Fermiamoci a rifletter, finche' siamo ancora in tempo, non e' mai troppo tardi per gestire con intelligenza un patrimonio di umanita' soffocato dall'impersonale mercato senz'anima e senza volto.
 
Andes  punta  arena


domenica 22 febbraio 2015

Un pensiero non cattolico


"Cio' che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, e' che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e puo' avvenire  che questo pensiero  non cattolico, all'interno del cattolicesimo, diventi domani piu' forte.
Ma esso non rappresentera' mai il pensiero della Chiesa.
Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia"

(Paolo VI - 8 settembre 1977)
Sant'Atanasio e Sant'Ambrogio contro l'arianesimo  
l'arianesimo di ieri come il relativismo di oggi

un link a proposito:
l'universo gemette», annota san Girolamo, «nello sbalordimento d'essere diventato ariano».

domenica 8 febbraio 2015

Laicismo e laicismo...



W. Blake - l' Antico dei Giorni
il deismo illuminista
Ormai e' appurato che il laicismo e' una religione con i suoi dogmi, le sue liturgie e le sue battaglie e non uno " status" super partes dove ognuno puo' esprimere le sue idee in liberta'.  E il vezzo di "aggiustare" e "riscrivere" la storia, la cronaca, la realta' e' diventato un vero MUST per il laicismo militante del XXI secolo: quello che per settant'anni fu una prerogativa della defunta Unione Sovietica - tanto per citare l'esempio piu' vicino a noi, ma non e' il solo, tutti " vincitori" ci provano in ogni epoca, quello di riscrivere la storia, e oggi magari anche  la natura e la realta' - e' stata, infatti, ereditata in toto dalla laicissima UE e dall' Occidente, fucina delle piu' risibili e reiterate "leggende nere" inventate nel passato e riproposte oggi.
Tant'e' vero che un grande santo filosofo, prima di iniziare le sue lezioni, si presentava con una mela ai suoi alunni, dicendo: " Questa e' una mela, chi non e' daccordo vada via" per sottolineare che il pensiero filosofico non puo'  negare la realta' del visibile.
Spesso  poi questo laicismo militante  ( sempre usato contro il Cristianesimo) e' accompagnato da uno smodato desiderio di sanzionare e proibire  con leggi le opinioni divergenti che si staccano dal " pensiero unico" , dal politicamente corretto e dalle "leggende nere" confezionate ad hoc. 
Elenchiamo qui le piu' gettonate, anche se esse sono di gran lunga piu' numerose:
- le crociate
- " l'oscurantismo" della Chiesa
- la donna nel Medioevo ( sesso, streghe, roghi...)
- il " caso Galileo"
- l'Inquisizione
- i Gesuiti
- i " silenzi" di Pio XII...
Questi ed altri temi sono sempre trattati,infatti, con un errore di fondo: vengono proposti e  riportati come se fossero eventi dell'oggi, mentre, per fare una disamina oggettiva e non artefatta, bisogna inquadrarli nel loro tempo, studiare la mentalita', gli usi e i costumi dell'epoca, scoprirne i veri significati, rapportarli ad altre realta' storico culturali del tempo in cui si manifestarono.
Ma l'atteggiamento peggiore di questo laicismo e' quello di tentare di bloccare la capacita' umana di ragionare, obbligando le nuove generazioni, attraverso la scuola ad adottare i cliche' del pensiero unico  ottundendo la formazione delle coscienze, con la banalita', il cattivo gusto, e, negli ultimi anni, sempre piu' con  l'efferratezza di libri, spettacoli, messaggi mediatici.
E' incredibile come soprattutto alla televisione, perfino con i cartoni animati destinati all'infanzia, si tentino di indottrinare le menti.
Sta veramente all'iniziativa del singolo fuggire dalla continua manipolazione della coscienza, esercitando quell'intelligenza e quell'acume di cui tutti sono forniti, se vogliono esercitarli e non ripiegarsi nella facile pigrizia di un' acritica accettazione degli slogan "a' la page".
Qui sotto il link ad alcuni  articoli interessanti: