2016 anno bisesto

sabato 21 dicembre 2013

Concilio sì, Concilio no - L'ermeneutica della continuità o della discontinuità?



Uno dei problemi che ha attraversato i  cinquant’anni  trascorsi dalla chiusura dal Concilio Vaticano secondo è certamente l’interpretazione  che da molte parti si tenta di fare.
Questo problema  deriva dal fatto che tante sono le posizioni: fu o non fu un concilio “dogmatico” nel tradizionale  significato del termine, piuttosto che  un Concilio “pastorale” ? [1]  O fu un Concilio problematico perché divise anziché unire?[2]
Potremmo fare un elenco corposo di tutte le prese di posizione che si sono alternate  sull’argomento, nel campo editoriale di questi anni, senza giungere a una conclusione precisa; meglio rivolgersi a chi nel Magistero della Chiesa è abilitato a dire parole certe sull’ermeneutica (interpretazione) di un argomento di questo tipo.
Come riporta Wikipedia:  “… a differenza degli altri Concili, il Vaticano II pone un problema di interpretazione. Questa particolarità può essere fatta derivare dall'intendimento stesso del Concilio che non fu di definire «un punto o l'altro di dottrina e disciplina» ma di «rimettere in valore e in splendore la sostanza del pensare e del vivere umano e cristiano»[3].
A quest'intendimento seguì una mancanza di definizioni dogmatiche, da cui è sorto un dibattito sulla natura dei documenti e sulla loro applicazione.[4] Tutti i Concili ecumenici hanno avuto i loro storici che hanno contribuito a fornire un'interpretazione partendo dalla loro visuale[5], tuttavia solo per il Concilio Vaticano II si sono affrontate due ermeneutiche contrarie.[6] Secondo alcuni critici la presenza di ermeneutiche contrapposte può essere imputata ad un'ambiguità o ambivalenza dei documenti conciliari.[7] …”
Queste due ermeneutiche sono indicate sotto i nomi di ermeneutica della continuità e della discontinuità, la prima  fatta propria dal Magistero, la seconda autoreferenziale.

Infatti nell’Ermeneutica della continuità possiamo annoverare tutti i successori di Giovanni XXIII, che del Concilio non vide la fine e quindi non poté commentarne le interpretazioni che ne seguirono: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco.

·        Paolo VI nel 1966, ad un anno dalla chiusura del Concilio, evidenziò due tendenze interpretative considerate errate:
“… E [...] sembra a Noi doversi evitare due possibili errori: primo quello di supporre che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo rappresenti una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare che lo precede, quasi ch'esso sia tale novità da doversi paragonare ad una sconvolgente scoperta, ad una soggettiva emancipazione, che autorizzi il distacco, quasi una pseudo-liberazione, da quanto fino a ieri la Chiesa ha con autorità insegnato e professato [...] E altro errore, contrario alla fedeltà che dobbiamo al Concilio, sarebbe quello di disconoscere l'immensa ricchezza di insegnamenti e la provvidenziale fecondità rinnovatrice che dal Concilio stesso ci viene “
(Paolo VI, Omelia in occasione del I anniversario della chiusura del Concilio, 8 dicembre 1966 [8])

E le sottolineò ancora nel 1972, il 29 giugno:

“…Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: "Non so, non sappiamo, non possiamo sapere". La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno. Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli”.

E ancora nel 1977 a Jean Guitton:

«C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: "Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?". Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia». (8 settembre 1977).

·        Giovanni Paolo II  il 4 marzo del 1979  dice nella “Redemptor hominis”, riconoscendo apertamente come la Chiesa inizi con la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e su Maria nel Cenacolo e non come alcuni fantasiosi interpreti “dopo” il Concilio Vaticano II:
(omissis)
“…lasciandomi guidare dalla fiducia illimitata e dall'obbedienza allo Spirito, che Cristo ha promesso ed inviato alla sua Chiesa. Egli diceva, infatti, agli Apostoli alla vigilia della sua passione: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma, quando me ne sarò andato, ve lo manderò»
. «Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio»
. «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”.
   (omissis)
 “…Affidandomi pienamente allo Spirito di verità, entro, dunque, nella ricca eredità dei recenti pontificati. Questa eredità è fortemente radicata nella coscienza della Chiesa in modo del tutto nuovo, non mai prima conosciuto, grazie al Concilio Vaticano II, convocato e inaugurato da Giovanni XXIII e, in seguito, felicemente concluso e con perseveranza attuato da Paolo VI, la cui attività ho potuto io stesso osservare da vicino. Fui sempre stupito dalla sua profonda saggezza e dal suo coraggio, come anche dalla sua costanza e pazienza nel difficile periodo postconciliare del suo pontificato. Come timoniere della Chiesa, barca di Pietro, egli sapeva conservare una tranquillità ed un equilibrio provvidenziali anche nei momenti più critici, quando sembrava che essa fosse scossa dal di dentro, sempre mantenendo un'incrollabile speranza nella sua compattezza. Ciò, infatti, che lo Spirito disse alla Chiesa mediante il Concilio del nostro tempo, ciò che in questa Chiesa dice a tutte le Chiese non può - nonostante inquietudini momentanee - servire a nient'altro che ad una ancor più matura compattezza di tutto il Popolo di Dio, consapevole della sua missione salvifica.
Proprio di questa coscienza contemporanea della Chiesa, Paolo VI fece il primo tema della sua fondamentale Enciclica, che inizia con le parole Ecclesiam Suam, ed a questa Enciclica sia a me lecito, innanzitutto, di far riferimento e collegarmi in questo primo e, per così dire, inaugurale documento del presente pontificato. Illuminata e sorretta dallo Spirito Santo, la Chiesa ha una coscienza sempre più approfondita sia riguardo al suo ministero divino, sia riguardo alla sua missione umana, sia finalmente riguardo alle stesse sue debolezze umane: ed è proprio questa coscienza che è e deve rimanere la prima sorgente dell'amore di questa Chiesa, così come l'amore, da parte sua, contribuisce a consolidare e ad approfondire la coscienza. Paolo VI ci ha lasciato la testimonianza di una tale coscienza, estremamente acuta, della Chiesa. Attraverso le molteplici e spesso sofferte componenti del suo pontificato, egli ci ha insegnato l'intrepido amore verso la Chiesa, la quale - come afferma il Concilio - è «sacramento, o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano” 

·        Benedetto XVI nel 2005:
Il 22 dicembre 2005, in un discorso ai membri della Curia romana, ha espresso una chiara posizione su questo argomento, sostenendo la cosiddetta ermeneutica della continuità. Egli, seguendo con più vigore la linea tracciata dai suoi predecessori, ha testualmente affermato l'erroneità dell'opinione secondo la quale il Concilio Vaticano II avrebbe dato vita ad una sorta di "rivoluzione" all'interno della Chiesa che autorizzerebbe a mutare, rispetto al passato, il costante insegnamento del magistero in materia di dottrina o di fede. Di conseguenza, l'unica interpretazione lecita dei documenti del Concilio Vaticano II, deve comunque procedere in assoluto accordo, rispetto al contenuto ed allo spirito delle precedenti proposizioni che hanno dato vita al "depositum Fidei" proprio alla tradizione cattolica: [9]
 Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità. La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi; essa prosegue “il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”, annunziando la morte del Signore fino a che Egli venga”

E ancora:

“…Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L'una ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un'interpretazione che vorrei chiamare "ermeneutica della discontinuità e della rottura"; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall'altra parte c'è l'"ermeneutica della riforma", del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino…”

E ancora:

“ L'ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l'intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito.”

Il 10 marzo 2010  ha ribadito questa convinzione, affermando che:

 Dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un'altra Chiesa, che la Chiesa pre-conciliare fosse finita e ne avremmo avuta un'altra, totalmente "altra". Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, papa Paolo VI e papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall'altra, nello stesso tempo, hanno difeso l'unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di Grazia[10]

Infine 
·        Papa Francesco : dalla lettera del 19 novembre 2013 che nomina del Cardinale Brandműller quale inviato speciale di  Papa Francesco per le celebrazioni del 450° anniversario del Concilio di Trento (1463) si legge tra l'altro:

“… Per ispirazione e suggerimento dello Spirito Santo, interessò loro moltissimo che il sacro deposito della dottrina cristiana non fosse solo custodito, ma risplendesse più chiaramente, affinché l’opera salvifica del Signore venisse diffusa in tutto il mondo e venisse esteso il Vangelo in tutta la terra.
Dando ascolto senza dubbio allo stesso Spirito, la Santa Chiesa di questo tempo ripete e medita anche oggi la ricchissima dottrina tridentina.
Infatti “l’ermeneutica della riforma” che il Nostro Predecessore Benedetto XVI descrisse nell’anno 2005 alla Curia Romana si riferisce al Concilio Vaticano non meno che al Tridentino. Certamente questo modo di interpretare pone sotto una luce più nitida l’unica natura luminosa della Chiesa che lo stesso Benedetto XVI attribuì ad essa: “è un soggetto che, nel scorrere dei secoli, cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino…” 
L’intero testo si può leggere al link:

E per concludere ecco il Testo di Papa Francesco proveniente dalla pagina :

http://it.radiovaticana.va/news/2013/04/16/il_papa:_concilio,_opera_dello_spirito_santo,_ma_c%C3%A8_chi_vuole_andare/it1-683211
del sito Radio Vaticana e pronunciato a Santa Marta nel giorno del compleanno di Benedetto XVI, il 16 aprile 2013:
“….Per dirlo chiaramente: lo Spirito Santo ci dà fastidio. Perché ci muove, ci fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti. E noi siamo come Pietro nella Trasfigurazione: ‘Ah, che bello stare così, tutti insieme!’ … ma che non ci dia fastidio. Vogliamo che lo Spirito Santo si assopisca … vogliamo addomesticare lo Spirito Santo. E quello non va. Perché Lui è Dio e Lui è quel vento che va e viene e tu non sai da dove. E’ la forza di Dio, è quello che ci dà la consolazione e la forza per andare avanti. Ma: andare avanti! E questo da fastidio. La comodità è più bella”.
Oggi – ha proseguito il Papa – sembra che “siamo tutti contenti” per la presenza dello Spirito Santo, ma “non è vero. Questa tentazione ancora è di oggi. Un solo esempio: pensiamo al Concilio”:
“Il Concilio è stato un’opera bella dello Spirito Santo. Pensate a Papa Giovanni: sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo 50 anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuità della crescita della Chiesa che è stato il Concilio? No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore”.
Succede lo stesso – aggiunge il Papa – “anche nella nostra vita personale”: infatti, “lo Spirito ci spinge a prendere una strada più evangelica”, ma noi resistiamo. Questa l’esortazione finale: “non opporre resistenza allo Spirito Santo. E’ lo Spirito che ci fa liberi, con quella libertà di Gesù, con quella libertà dei figli di Dio!”:
“Non opporre resistenza allo Spirito Santo: è questa la grazia che io vorrei che tutti noi chiedessimo al Signore: la docilità allo Spirito Santo, a quello Spirito che viene da noi e ci fa andare avanti nella strada della santità, quella santità tanto bella della Chiesa. La grazia della docilità allo Spirito Santo. Così sia”.
L’ermeneutica  della discontinuità tende a dare valore al Concilio in quanto evento, anche in considerazione di alcune caratteristiche particolari del Vaticano II: l'assenza di uno scopo storico determinato, il rigetto degli schemi preparatorii, l'elaborazione assembleare dei documenti e anche la percezione del Concilio come evento cruciale da parte dell'opinione pubblica. Questa ermeneutica mira a valorizzare non soltanto i documenti approvati dal Concilio, ma anche i dibattiti interni all'assemblea e la percezione del Concilio all'esterno, da parte dei fedeli.[12]
I sostenitori dell'ermeneutica della discontinuità sono rappresentati dalla cosiddetta "scuola di Bologna" diretta da Giuseppe Alberigo, un allievo di Giuseppe Dossetti, autore di una "Storia del Concilio Vaticano II" in cinque volumi. Alla scuola di Bologna appartengono anche Giuseppe Ruggieri, Maria Teresa Fattori e Alberto Melloni. Fuori dall'Italia quest'impostazione è sostenuta da Yves Chiron, David Berger, John O'Malley, Gilles Routhier e Cristoph  Theobald.[13]
Sostengono l'ermeneutica della discontinuità, accompagnandola ad una serrata critica al Concilio, anche molti gruppi tradizionalisti, legati soprattutto alla Fraternità San Pio X, e alcuni studiosi come il filosofo Romano Amerio[14]. Lo storico Roberto de Mattei è recentemente intervenuto nel dibattito con il libro “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta”, in cui, senza entrare nel merito della discussione teologica, sostiene sul piano storico l'impossibilità di separare il Concilio dagli abusi postconciliari, isolando questi ultimi come una patologia sviluppatasi su un corpo sano. 

Credo che l'ermeneutica della discontinuità abbia una grossa ipoteca alla sua radice sia tra i sostenitori  dell’una o dell’altra scuola, infatti  con un breve sillogismo si può concludere:

·        se è vero che la Successione Apostolica nella Chiesa Cattolica  non è mai venuta meno nei venti secoli di Cristianesimo, e tanto meno nel secolo XX,

·        se è vero che il Concilio Vaticano I° ha sancito l’infallibilità papale (ex cathedra),

·        allora hanno ragione Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco, ad affermare con forza  l'ermeneutica della continuità, ed è in questa direzione che si ha l’obbligo di proseguire.


[1] Stefano Fontana : “Il Concilio restituito alla Chiesa…” –  (La fontana di Siloe – 2013).
[2] Cristina Siccardi “L’inverno della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II…”  ( Sugarco editore -2013)
[3] Giovanni XXIII, Allocuzione del 14 novembre 1959, L'Osservatore Romano, 15 novembre 1959, cit. da Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II.  Una storia
  mai  scritta, Torino 2010, p. 127
[4] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 6, 15
[5] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, p. 6
[6] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, p. 14
[7] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, p. 14
[10] Benedetto XVI, Udienza generale, 10 marzo 2010.
[11] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 7-9
[12] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 7-9
[13] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 10
[14] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 10



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