2016 anno bisesto

sabato 21 dicembre 2013

Concilio sì, Concilio no - L'ermeneutica della continuità o della discontinuità?



Uno dei problemi che ha attraversato i  cinquant’anni  trascorsi dalla chiusura dal Concilio Vaticano secondo è certamente l’interpretazione  che da molte parti si tenta di fare.
Questo problema  deriva dal fatto che tante sono le posizioni: fu o non fu un concilio “dogmatico” nel tradizionale  significato del termine, piuttosto che  un Concilio “pastorale” ? [1]  O fu un Concilio problematico perché divise anziché unire?[2]
Potremmo fare un elenco corposo di tutte le prese di posizione che si sono alternate  sull’argomento, nel campo editoriale di questi anni, senza giungere a una conclusione precisa; meglio rivolgersi a chi nel Magistero della Chiesa è abilitato a dire parole certe sull’ermeneutica (interpretazione) di un argomento di questo tipo.
Come riporta Wikipedia:  “… a differenza degli altri Concili, il Vaticano II pone un problema di interpretazione. Questa particolarità può essere fatta derivare dall'intendimento stesso del Concilio che non fu di definire «un punto o l'altro di dottrina e disciplina» ma di «rimettere in valore e in splendore la sostanza del pensare e del vivere umano e cristiano»[3].
A quest'intendimento seguì una mancanza di definizioni dogmatiche, da cui è sorto un dibattito sulla natura dei documenti e sulla loro applicazione.[4] Tutti i Concili ecumenici hanno avuto i loro storici che hanno contribuito a fornire un'interpretazione partendo dalla loro visuale[5], tuttavia solo per il Concilio Vaticano II si sono affrontate due ermeneutiche contrarie.[6] Secondo alcuni critici la presenza di ermeneutiche contrapposte può essere imputata ad un'ambiguità o ambivalenza dei documenti conciliari.[7] …”
Queste due ermeneutiche sono indicate sotto i nomi di ermeneutica della continuità e della discontinuità, la prima  fatta propria dal Magistero, la seconda autoreferenziale.

Infatti nell’Ermeneutica della continuità possiamo annoverare tutti i successori di Giovanni XXIII, che del Concilio non vide la fine e quindi non poté commentarne le interpretazioni che ne seguirono: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco.

·        Paolo VI nel 1966, ad un anno dalla chiusura del Concilio, evidenziò due tendenze interpretative considerate errate:
“… E [...] sembra a Noi doversi evitare due possibili errori: primo quello di supporre che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo rappresenti una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare che lo precede, quasi ch'esso sia tale novità da doversi paragonare ad una sconvolgente scoperta, ad una soggettiva emancipazione, che autorizzi il distacco, quasi una pseudo-liberazione, da quanto fino a ieri la Chiesa ha con autorità insegnato e professato [...] E altro errore, contrario alla fedeltà che dobbiamo al Concilio, sarebbe quello di disconoscere l'immensa ricchezza di insegnamenti e la provvidenziale fecondità rinnovatrice che dal Concilio stesso ci viene “
(Paolo VI, Omelia in occasione del I anniversario della chiusura del Concilio, 8 dicembre 1966 [8])

E le sottolineò ancora nel 1972, il 29 giugno:

“…Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: "Non so, non sappiamo, non possiamo sapere". La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno. Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli”.

E ancora nel 1977 a Jean Guitton:

«C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: "Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?". Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia». (8 settembre 1977).

·        Giovanni Paolo II  il 4 marzo del 1979  dice nella “Redemptor hominis”, riconoscendo apertamente come la Chiesa inizi con la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e su Maria nel Cenacolo e non come alcuni fantasiosi interpreti “dopo” il Concilio Vaticano II:
(omissis)
“…lasciandomi guidare dalla fiducia illimitata e dall'obbedienza allo Spirito, che Cristo ha promesso ed inviato alla sua Chiesa. Egli diceva, infatti, agli Apostoli alla vigilia della sua passione: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma, quando me ne sarò andato, ve lo manderò»
. «Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio»
. «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”.
   (omissis)
 “…Affidandomi pienamente allo Spirito di verità, entro, dunque, nella ricca eredità dei recenti pontificati. Questa eredità è fortemente radicata nella coscienza della Chiesa in modo del tutto nuovo, non mai prima conosciuto, grazie al Concilio Vaticano II, convocato e inaugurato da Giovanni XXIII e, in seguito, felicemente concluso e con perseveranza attuato da Paolo VI, la cui attività ho potuto io stesso osservare da vicino. Fui sempre stupito dalla sua profonda saggezza e dal suo coraggio, come anche dalla sua costanza e pazienza nel difficile periodo postconciliare del suo pontificato. Come timoniere della Chiesa, barca di Pietro, egli sapeva conservare una tranquillità ed un equilibrio provvidenziali anche nei momenti più critici, quando sembrava che essa fosse scossa dal di dentro, sempre mantenendo un'incrollabile speranza nella sua compattezza. Ciò, infatti, che lo Spirito disse alla Chiesa mediante il Concilio del nostro tempo, ciò che in questa Chiesa dice a tutte le Chiese non può - nonostante inquietudini momentanee - servire a nient'altro che ad una ancor più matura compattezza di tutto il Popolo di Dio, consapevole della sua missione salvifica.
Proprio di questa coscienza contemporanea della Chiesa, Paolo VI fece il primo tema della sua fondamentale Enciclica, che inizia con le parole Ecclesiam Suam, ed a questa Enciclica sia a me lecito, innanzitutto, di far riferimento e collegarmi in questo primo e, per così dire, inaugurale documento del presente pontificato. Illuminata e sorretta dallo Spirito Santo, la Chiesa ha una coscienza sempre più approfondita sia riguardo al suo ministero divino, sia riguardo alla sua missione umana, sia finalmente riguardo alle stesse sue debolezze umane: ed è proprio questa coscienza che è e deve rimanere la prima sorgente dell'amore di questa Chiesa, così come l'amore, da parte sua, contribuisce a consolidare e ad approfondire la coscienza. Paolo VI ci ha lasciato la testimonianza di una tale coscienza, estremamente acuta, della Chiesa. Attraverso le molteplici e spesso sofferte componenti del suo pontificato, egli ci ha insegnato l'intrepido amore verso la Chiesa, la quale - come afferma il Concilio - è «sacramento, o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano” 

·        Benedetto XVI nel 2005:
Il 22 dicembre 2005, in un discorso ai membri della Curia romana, ha espresso una chiara posizione su questo argomento, sostenendo la cosiddetta ermeneutica della continuità. Egli, seguendo con più vigore la linea tracciata dai suoi predecessori, ha testualmente affermato l'erroneità dell'opinione secondo la quale il Concilio Vaticano II avrebbe dato vita ad una sorta di "rivoluzione" all'interno della Chiesa che autorizzerebbe a mutare, rispetto al passato, il costante insegnamento del magistero in materia di dottrina o di fede. Di conseguenza, l'unica interpretazione lecita dei documenti del Concilio Vaticano II, deve comunque procedere in assoluto accordo, rispetto al contenuto ed allo spirito delle precedenti proposizioni che hanno dato vita al "depositum Fidei" proprio alla tradizione cattolica: [9]
 Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità. La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi; essa prosegue “il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”, annunziando la morte del Signore fino a che Egli venga”

E ancora:

“…Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L'una ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un'interpretazione che vorrei chiamare "ermeneutica della discontinuità e della rottura"; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall'altra parte c'è l'"ermeneutica della riforma", del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino…”

E ancora:

“ L'ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l'intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito.”

Il 10 marzo 2010  ha ribadito questa convinzione, affermando che:

 Dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un'altra Chiesa, che la Chiesa pre-conciliare fosse finita e ne avremmo avuta un'altra, totalmente "altra". Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, papa Paolo VI e papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall'altra, nello stesso tempo, hanno difeso l'unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di Grazia[10]

Infine 
·        Papa Francesco : dalla lettera del 19 novembre 2013 che nomina del Cardinale Brandműller quale inviato speciale di  Papa Francesco per le celebrazioni del 450° anniversario del Concilio di Trento (1463) si legge tra l'altro:

“… Per ispirazione e suggerimento dello Spirito Santo, interessò loro moltissimo che il sacro deposito della dottrina cristiana non fosse solo custodito, ma risplendesse più chiaramente, affinché l’opera salvifica del Signore venisse diffusa in tutto il mondo e venisse esteso il Vangelo in tutta la terra.
Dando ascolto senza dubbio allo stesso Spirito, la Santa Chiesa di questo tempo ripete e medita anche oggi la ricchissima dottrina tridentina.
Infatti “l’ermeneutica della riforma” che il Nostro Predecessore Benedetto XVI descrisse nell’anno 2005 alla Curia Romana si riferisce al Concilio Vaticano non meno che al Tridentino. Certamente questo modo di interpretare pone sotto una luce più nitida l’unica natura luminosa della Chiesa che lo stesso Benedetto XVI attribuì ad essa: “è un soggetto che, nel scorrere dei secoli, cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino…” 
L’intero testo si può leggere al link:

E per concludere ecco il Testo di Papa Francesco proveniente dalla pagina :

http://it.radiovaticana.va/news/2013/04/16/il_papa:_concilio,_opera_dello_spirito_santo,_ma_c%C3%A8_chi_vuole_andare/it1-683211
del sito Radio Vaticana e pronunciato a Santa Marta nel giorno del compleanno di Benedetto XVI, il 16 aprile 2013:
“….Per dirlo chiaramente: lo Spirito Santo ci dà fastidio. Perché ci muove, ci fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti. E noi siamo come Pietro nella Trasfigurazione: ‘Ah, che bello stare così, tutti insieme!’ … ma che non ci dia fastidio. Vogliamo che lo Spirito Santo si assopisca … vogliamo addomesticare lo Spirito Santo. E quello non va. Perché Lui è Dio e Lui è quel vento che va e viene e tu non sai da dove. E’ la forza di Dio, è quello che ci dà la consolazione e la forza per andare avanti. Ma: andare avanti! E questo da fastidio. La comodità è più bella”.
Oggi – ha proseguito il Papa – sembra che “siamo tutti contenti” per la presenza dello Spirito Santo, ma “non è vero. Questa tentazione ancora è di oggi. Un solo esempio: pensiamo al Concilio”:
“Il Concilio è stato un’opera bella dello Spirito Santo. Pensate a Papa Giovanni: sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo 50 anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuità della crescita della Chiesa che è stato il Concilio? No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore”.
Succede lo stesso – aggiunge il Papa – “anche nella nostra vita personale”: infatti, “lo Spirito ci spinge a prendere una strada più evangelica”, ma noi resistiamo. Questa l’esortazione finale: “non opporre resistenza allo Spirito Santo. E’ lo Spirito che ci fa liberi, con quella libertà di Gesù, con quella libertà dei figli di Dio!”:
“Non opporre resistenza allo Spirito Santo: è questa la grazia che io vorrei che tutti noi chiedessimo al Signore: la docilità allo Spirito Santo, a quello Spirito che viene da noi e ci fa andare avanti nella strada della santità, quella santità tanto bella della Chiesa. La grazia della docilità allo Spirito Santo. Così sia”.
L’ermeneutica  della discontinuità tende a dare valore al Concilio in quanto evento, anche in considerazione di alcune caratteristiche particolari del Vaticano II: l'assenza di uno scopo storico determinato, il rigetto degli schemi preparatorii, l'elaborazione assembleare dei documenti e anche la percezione del Concilio come evento cruciale da parte dell'opinione pubblica. Questa ermeneutica mira a valorizzare non soltanto i documenti approvati dal Concilio, ma anche i dibattiti interni all'assemblea e la percezione del Concilio all'esterno, da parte dei fedeli.[12]
I sostenitori dell'ermeneutica della discontinuità sono rappresentati dalla cosiddetta "scuola di Bologna" diretta da Giuseppe Alberigo, un allievo di Giuseppe Dossetti, autore di una "Storia del Concilio Vaticano II" in cinque volumi. Alla scuola di Bologna appartengono anche Giuseppe Ruggieri, Maria Teresa Fattori e Alberto Melloni. Fuori dall'Italia quest'impostazione è sostenuta da Yves Chiron, David Berger, John O'Malley, Gilles Routhier e Cristoph  Theobald.[13]
Sostengono l'ermeneutica della discontinuità, accompagnandola ad una serrata critica al Concilio, anche molti gruppi tradizionalisti, legati soprattutto alla Fraternità San Pio X, e alcuni studiosi come il filosofo Romano Amerio[14]. Lo storico Roberto de Mattei è recentemente intervenuto nel dibattito con il libro “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta”, in cui, senza entrare nel merito della discussione teologica, sostiene sul piano storico l'impossibilità di separare il Concilio dagli abusi postconciliari, isolando questi ultimi come una patologia sviluppatasi su un corpo sano. 

Credo che l'ermeneutica della discontinuità abbia una grossa ipoteca alla sua radice sia tra i sostenitori  dell’una o dell’altra scuola, infatti  con un breve sillogismo si può concludere:

·        se è vero che la Successione Apostolica nella Chiesa Cattolica  non è mai venuta meno nei venti secoli di Cristianesimo, e tanto meno nel secolo XX,

·        se è vero che il Concilio Vaticano I° ha sancito l’infallibilità papale (ex cathedra),

·        allora hanno ragione Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco, ad affermare con forza  l'ermeneutica della continuità, ed è in questa direzione che si ha l’obbligo di proseguire.


[1] Stefano Fontana : “Il Concilio restituito alla Chiesa…” –  (La fontana di Siloe – 2013).
[2] Cristina Siccardi “L’inverno della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II…”  ( Sugarco editore -2013)
[3] Giovanni XXIII, Allocuzione del 14 novembre 1959, L'Osservatore Romano, 15 novembre 1959, cit. da Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II.  Una storia
  mai  scritta, Torino 2010, p. 127
[4] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 6, 15
[5] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, p. 6
[6] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, p. 14
[7] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, p. 14
[10] Benedetto XVI, Udienza generale, 10 marzo 2010.
[11] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 7-9
[12] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 7-9
[13] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 10
[14] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 10



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lunedì 16 settembre 2013

Jan Vermeer di Delft - un caso misterioso




Negli anni successivi a quelli che concludono una crudele stagione di guerre europee ( guerra degli ottant’anni -1568/1648; guerra dei trent’anni – 1618/1648) nasce, intorno al  1632 Jan Vermeer di Delft (Olanda), pittore di grande talento di cui però si hanno notizie scarse e frammentarie. Le principali informazioni su di lui provengono dalla sua famiglia che possedeva una locanda a Delft, la Mechelen,  e dalla famiglia della moglie – Catherina Bolnes – sposata nel 1653.
Vermeer appartiene a quello che fu il “Goude eeuw”, il secolo d’oro olandese, il periodo  in cui, dopo le carneficine seicentesche, definite  impropriamente “guerre di religione” ( in quanto furono vere e proprie guerre di supremazia tra il nord e il sud dell’Europa, tra Francia e Impero Asburgico, in cui la religione fu presa a pretesto e paravento per
nasconderne i veri scopi del potere e che potrebbero meglio definirsi “La guerra di Secessione Europea”), il nord Europa si aprì ai commerci preparando la prima rivoluzione  industriale.
In questo contesto, sullo sfondo della grande pittura fiamminga, opera Vermeer, rievocando i limpidi e ordinati interni delle abitazioni di quella borghesia operosa che creò in quegli anni, appunto, il “secolo d’oro”.
Vermeer fu per secoli dimenticato o, meglio, poco conosciuto, probabilmente per le vicissitudini che seguirono la sua morte nel 1675. Infatti egli lasciò alla moglie e ai figli poco denaro e numerosi debiti per cui  Catherina Bolnes fu costretta a pagare i debiti presso il Consiglio della Città con la casa e i dipinti del marito. Diciannove dei quadri rimastile furono dati ai restanti creditori. La fine di basso profilo delle sue opere, probabilmente incise in modo negativo sulla sua fama.
 
Tecnica (da Wikipedia)Vermeer era in grado di ottenere colori trasparenti applicando sulle tele il colore a punti piccoli e ravvicinati, tecnica nota come pointillé, da non confondere con il pointillisme. Non ci sono disegni attribuibili con certezza all'artista e i suoi quadri presentano pochi indizi dei suoi metodi preparatori.
Lo studioso David Hockney, nel suo libro “Il segreto svelato”, con altri storici, sostiene che Vermeer facesse già uso della “camera ottica” per definire l'esatta posizione degli oggetti nella composizione dei dipinti e questo sembra essere supportato dagli effetti di luce e prospettiva.
Vermeer faceva largo uso del costosissimo blu oltremare, ottenuto con il lapislazzulo, non solo per particolari blu, ma anche per ottenere altre sfumature di colore. La sua tecnica punta ad una resa più vivida possibile, con effetti, soprattutto di colore, che egli ricerca con un interesse quasi scientifico, considerando il soggetto una sorta di espediente: "le pitture di Vermeer sono vere nature morte con esseri umani”[1]

Nelle sue opere è dunque presente una eccezionale unità atmosferica. "La vita silenziosa delle cose appare riflessa entro uno specchio terso; dal diffondersi della luce negli interni attraverso finestre socchiuse, dal gioco dei riflessi, dagli effetti di trasparenze, di penombre, di controluce..."[2]

David Hockney, rifacendosi ai numerosi studi sull'utilizzo di strumenti ottici nella Pittura fiamminga, sostiene che Vermeer, come molti altri pittori della sua epoca, facesse largo uso della camera oscura per definire l'esatta fisionomia dei personaggi raffigurati e la precisa posizione degli oggetti nella composizione dei dipinti. Secondo la "tesi Hockney-Falco" (dal nome del pittore inglese e del fisico americano Charles M. Falco, che l'hanno resa celebre), l'utilizzo di questo strumento ottico giustificherebbe ampiamente la mancanza di disegni preparatori precedenti ai dipinti di straordinaria precisione "fotografica" e fisiognomica di molti artisti fiamminghi, come Van Eyck, e successivamente di epoca barocca, come Caravaggio o Velázquez, ed appunto dello stesso artista olandese. Ma soprattutto, secondo tale tesi, l'uso della "camera oscura" spiegherebbe anche alcuni dei sorprendenti effetti di luce dei quadri di Vermeer, in particolare i curiosi effetti "fuori fuoco" che si riscontrano in taluni dei suoi capolavori, dove alcuni particolari sono perfettamente a fuoco ed altri no, con un tipico effetto riscontrabile nella moderna tecnica fotografica.[3]
 

Il “Caso van Meegeren”
         Fonti:

Han Van Meegeren (Deventer, 10 ottobre 1889Amsterdam, 30 dicembre 1947) costituisce uno dei casi più emblematici e misteriosi del mercato dell'arte, essendo stato scoperto come il più abile falsario di ogni tempo solo dopo la sua confessione.

I suoi quadri, così fedeli nelle tecniche, nell’esecuzione, nella datazione delle tele (usava sempre tele seicentesche di vecchi quadri, riciclate) misero perfino in dubbio, agli inizi del XX° secolo, l’esistenza di Vermeer, o, per lo meno, mettendo in discussione la maggior parte delle sue opere, gettò nel panico collezionisti, antiquari, galleristi e musei.

Han Van Meegeren da giovane venne considerato un artista fallito. Apprese le tecniche di falsificazione da Theo Van Wijngaarden, famoso restauratore e falsario operante ad Amsterdam[2]. Affascinato dalla pittura olandese del Seicento e in particolare da Vermeer, si esercitò a lungo ricopiando fedelmente gli originali. Si impadronì così non solo delle tecniche, ma anche dello spirito con cui Vermeer dipingeva gli interni, le nature morte o i drappeggi. Per i suoi falsi, recuperò vecchie tele del '600, prive di valore artistico, da cui raschiava accuratamente il colore. Non commise mai l'errore di copiare opere di Vermeer esistenti: creò invece dipinti nuovi, mai visti da nessuno, con aderenza stilistica e tematica, riuscendo ad abbindolare tutti i critici, convinti di trovarsi al cospetto di eccezionali capolavori che andavano ad arricchire la storia dell'arte.

L'abilità di Han Van Meegeren, da sola, non sarebbe bastata ad ingannare gli esperti, se egli non avesse avuto anche l'accortezza di procurarsi materiali adoperati trecento anni prima e di evitare pennelli prodotti nel XX secolo. Inseriva con cura della polvere nel falso appena terminato per provocare la claquelure (lo spontaneo reticolo di piccole crepe, tipico delle tele ad olio invecchiate). Conosceva inoltre perfettamente il trattato di De Vild sulle tecniche e i materiali adoperati da Vermeer e faceva spesso uso del raro pigmento blu oltremare, ottenuto dai preziosi lapislazzuli e dell'olio di lillà[4].
Uno dei falsi di van Meegeren


Han Van Meegeren costituisce uno dei casi più emblematici e misteriosi del mercato dell'arte, essendo stato scoperto come il più abile falsario di ogni tempo solo dopo la sua confessione. Bizzarro e di temperamento incostante, da giovane lo si giudicava un artista fallito sebbene fosse un acuto e profondo conoscitore della pittura olandese del Seicento, affascinato in particolare da Jan Vermeer che, con Rembrandt, è stato certamente il più grande pittore nordico del XVII secolo, grazie ad uno stile straordinario caratterizzato da ampi interni luminosi e magiche atmosfere. Nato verso la fine dell'Ottocento, il falsario all'inizio si esercitò a lungo ricopiando fedelmente gli originali per impadronirsi non solo delle tecniche, ma persino dello 'spirito' e della raffinata sensibilità con cui Vermeer dipingeva gli interni, le nature morte, oggetti come bicchieri o brocche sulla tovaglia bianca; poi cominciò a rovistare nelle botteghe di modesti antiquari e rigattieri alla ricerca di vecchi quadri del '600 privi di valore da cui raschiava accuratamente il colore. Non commise mai l'errore di vendere le copie, sebbene perfette in ogni particolare, poiché sarebbe stato facilmente smascherato. Volle invece creare dei quadri nuovi che nessuno aveva mai visto: con una tale aderenza stilistica e tematica che tutti inconsapevolmente gridarono al miracolo, convinti di trovarsi al cospetto di eccezionali rinvenimenti... 'meravigliose scoperte' che arricchivano la Storia dell'arte e l'umanità intera di nuovi capolavori.
Han Van Meegeren non vendeva, quindi, copie o repliche ma interpretava, rivisitava i grandi maestri olandesi del Seicento, non solo Vermeer, con straordinaria immedesimazione, identificandosi perfettamente con la sensibilità pittorica e creativa che li aveva ispirati. Tuttavia questa dote fuori dal comune non sarebbe bastata ad ingannare gli esperti se non avesse avuto anche l'abilità di procurarsi materiali adoperati trecento anni prima, nonché la certosina pazienza di indurirli perfettamente, inserendo con cura della polvere nel falso appena terminato per provocare la claclure, ovvero lo spontaneo invecchiamento dei secoli. Inoltre, per dipingere, usava pennelli da barba, poiché i pennelli con peli di tasso dei vecchi maestri erano introvabili e se fosse stata individuata sul dipinto una sola traccia di pennello del XX secolo sarebbe stato immediatamente smascherato. Eppure talvolta abbandonava queste precauzioni, quasi a sfidare la sua stessa bravura come accadde per L'Ultima Cena, elaborata sopra un quadro di poco valore senza preoccuparsi di cancellarlo come si scoprirà - anni dopo - con una fotografia ai raggi X. Altre volte rischiava grosso usando formati diversi da quelli abitualmente adoperati da Vermeer, sebbene ne imitasse scrupolosamente la preparazione della tela che veniva fissata sul telaio con piccoli cunei di legno a testa quadrata posti a circa 9 cm. di distanza. Il grande falsario aveva anche scoperto come l'olio ricavato dai lillà potesse legarsi perfettamente alle sostanze dure con cui preparava i colori, tra queste faceva spesso uso del raro e costoso pigmento blu oltremare, ottenuto dai preziosi lapislazzuli. Conosceva a memoria il trattato di De Vild in cui si descrivevano minuziosamente tecniche e materiali adoperati da Vermeer. Paradossalmente proprio questo famoso esperto(De Vild) era stato fra i primi ad ingannarsi avallando inoppugnabilmente l'autenticità delle clamorose falsificazioni. Persino Abraham Bredius, il massimo luminare dell'antica pittura olandese, aveva definito La Cena di Emmaus (un falso) il più eccezionale dipinto di Vermeer, un capolavoro indiscutibile! Peccato che Vermeer in realtà non avesse mai eseguito tale soggetto. Nell'aprile del '38 la rivista Art News, commentando il quadro esclamava "ecco qui il ritegno classico di un Piero della Francesca!". Han Van Meegeren con le frodi si era arricchito, ma soprattutto vendicato di coloro che non lo avevano mai apprezzato come pittore di suoi quadri originali. Aveva persino venduto al capo delle SS naziste, Heinrich Himmler, dipinti falsi per un valore di cinque milioni e mezzo di fiorini, una cifra enorme per quel tempo. Proprio per questo nel 1945, alla fine della guerra, fu processato in Olanda per collaborazionismo con i nazisti - accusa per cui rischiava l'ergastolo - ma in quella circostanza rivelò per la prima volta di essere un falsario e di aver venduto ai tedeschi autentiche patacche. Nessuno volle credergli: un artista senza talento in grado di dipingere perfettamente nello stile, nella tecnica, nell'invecchiamento capolavori del Seicento? Impossibile! L'imputato chiese di dimostrarlo in aula e davanti ai giudici allibiti dipinse un Gesù nel tempio che gettò nel panico e nella costernazione critici ed esperti di tutto il mondo, i quali si vedranno costretti a revisionare tutta l'Opera di Vermeer e altri grandi maestri olandesi del XVII secolo. Un anno dopo, alla fine del 1946, Van Meegeren sarebbe morto all'età di 58 anni, portandosi nella tomba i segreti della sua genialità e lasciando in eredità agli studiosi i tanti dubbi che ancora oggi li assillano quando si apprestano a pubblicare un volume sulla pittura olandese del Seicento.
(www.ilcollezionistain.it/curiosita0105.htm)

Per il processo a van Meegeren vedere anche: http://www.youtube.com/watch?v=hZDlF7-fa9Y

 

 

 





[1] Ernst Gombrich, La storia dell'arte, tr. Maria Luisa Spaziani, 1ª ed. Torino, Einaudi, 1966; Milano, Phaidon Press, 2009. ISBN 978-07-148-57220
[2] ^ Le Garzantine, Arte, ed. 2002, pag. 1270.
3 David Hockney, Il segreto svelato: tecniche e capolavori dei maestri antichi, Milano, Electa, 2002. ISBN 88-435-8164-3

martedì 10 settembre 2013

Costantino e dintorni - 1

Costantino

« Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre! »
(Inferno XIX, 115-117)

« Di vari fiori ad un gran monte passa
ch'ebbe già buono odore, or putia forte
Questo era il dono (se però dir lece)
che Costantino al buon Silvestro fece."
(Orlando furioso Canto 34 ottava 80)

Così Dante  e Ariosto commentano la " donazione di Costantino", controverso avvenimento storico che ebbe nei secoli detrattori e sostenitori.

In questo periodo di attacco  indiscriminato al Vaticano fioriscono  - specialmente in questo Anno della Fede che coincide con il 1700 anniversario dell' Editto di Milano (313 d.C.) - articoli, libri, libelli e leggende nere che rimandano ad altre fonti  di  articoli libri e libelli tutte tesi a dimostrare come la "donazione di Costantino" sia un falso.

In effetti in un mondo  in cui popoli e nazioni si sono aggregati, disaggregati, fusi, divisi e fondati, a seconda del momento politico e storico, credo che  le polemiche sorte sulla "donazione" siano veramente speciose.
Quale regno o nazione, infatti, può affermare con cognizione di causa di essere sorto come "stato di diritto" ? Solitamente regni e nazioni sono sorti o sono stati fondati  dopo guerre, invasioni, battaglie, conquiste e vittorie del più forte sopra il più debole. 
E lo stato della Chiesa? C'e al suo nascere un avvenimento del genere: battaglie, guerre, invasioni ? 
O piuttosto, davanti  a una società violenta in disgregazione ( come furono i secoli che seguirono la caduta dell'Impero romano d'Occidente) un apparentarsi  pacifico di popoli, genti, città  attorno al successore di Pietro, unico convincente sostenitore di una " pietas" prima sconosciuta, di un kerigma di pace e resurrezione?
La nascita dello "stato della Chiesa" fu proprio questo a dispetto di più o meno false " donazioni". Errori umani ne seguirono, e' certo, ma quello fu l'inizio, la fondazione, una fondazione che, molto difficilmente, altre nazioni moderne possono vantare oggi.
Ma Costantino va ricordato per ben altro, per quell' Editto di Milano del febbraio del 313d. C. che lo vide, insieme a Lattanzio per cio' che concerneva l'Oriente, applicare quell'Editto di Serdica - gia' emanato due anni prima da Galerio e ricordato anche come l' "Editto del perdono"- in cui si riconosceva la libertà di culto ai cristiani:

« Cum feliciter tam ego [quam] Constantinus Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid <est> divinitatis in sede caelesti, nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere »

« Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità. »
(Lattanzio, De mortibus persecutorum, capitolo XLVIII)

Il febbraio del 2013  e' passato celebrando in tono dimesso questo importantissimo avvenimento per le libertà civili. Speriamo che la fine di quest'anno veda una degna chiusura di questo 1700 esimo determinante anniversario  che celebra la libertà di tutti gli uomini di esprimere liberamente il loro credo religioso.
 Milano ne trarrebbe solo vanto e ammirazione.