2016 anno bisesto

venerdì 4 luglio 2014

L'ignoranza della storia: non sapere cosa è stato il passato...


Quando si riportano cose per “sentito dire” senza interpellare testimoni oculari o fonti attendibili,  si cade, molto spesso in marchiane  inesattezze (e  spesso è un eufemismo).

Interessanti a questo proposito le riflessioni di  p. Ariel S. Levi di Gualdo su Riscossa Cristiana  : .. “Sempre più tremende suonano nella mia mente le parole: «Quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» [Lc 18, 8]”..."Uscendo dal confessionale di una chiesa parrocchiale dove mi trovavo ad amministrare il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione, fui raggiunto dalla voce di un giovane confratello che stava facendo l’omelia al Vangelo. E parlando di tutto fuorché del Vangelo appena proclamato, tra pseudo storicismi e audaci sociologismi giunse infine a questo proclama: «Con la nuova Pentecoste nata col Concilio Vaticano II, che decise di rompere con la precedente Chiesa non più proponibile per la società moderna, le chiese ridotte a quattro vecchiette che durante un rito  incomprensibile biascicavano il rosario, si riempirono di giovani» ... continua a leggere qui
(da: "Corrispondenza Romana )


 Finito di leggere, puoi meditare le parole pronunciate da Papa Paolo VI nell'omelia dell' 8 dicembre 1966  a proposito del Concilio Ecumenico Vaticano II:
".....Un secondo dovere succede a quello della riconoscenza, ed anche questo subito noi promettiamo di compiere; ed è la fedeltà al Concilio. Esso ci impegna. Dobbiamo comprenderlo; dobbiamo seguirlo. E, professando questo proposito di fedeltà a quanto il Concilio c’insegna e ci prescrive, sembra a Noi doversi evitare due possibili errori: primo quello di supporre che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo rappresenti una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare che lo precede, quasi ch’esso sia tale novità da doversi paragonare ad una sconvolgente scoperta, ad una soggettiva emancipazione, che autorizzi il distacco, quasi una pseudo-liberazione, da quanto fino a ieri la Chiesa ha con autorità insegnato e professato, e perciò consenta di proporre al dogma cattolico nuove e arbitrarie interpretazioni, spesso mutuate fuori dell’ortodossia irrinunciabile, e di offrire al costume cattolic..."o nuove ed intemperanti espressioni, spesso mutuate dallo spirito del mondo; ciò non sarebbe conforme alla definizione storica e allo spirito autentico del Concilio, quale lo presagì Papa Giovanni XXIII. Il Concilio tanto vale quanto continua la vita della Chiesa; esso non la interrompe, non la deforma, non la inventa; ma la conferma, la sviluppa, la perfeziona, la «aggiorna»...."

ecco, appunto: l'ignoranza delle fonti e della storia...

giovedì 19 giugno 2014

Historia magistra vitae? Verità, manipolazioni, oblii : la fine del romanzo storico - 2: la risposta

        
Toulouse Lautrec - Moulin Rouge          
 
    soldati tedeschi - guerra '14 - '18


Gianbattista Vico, tra il Sei e il Settecento, elaborò la teoria dei " corsi e ricorsi storici". Questa teoria - semplificando al massimo -  sosteneva che  nella Storia umana, processi storici simili si ripetessero ciclicamente e quindi, salvate alcune variazioni minori indotte dai popoli, dai costumi e dalle circostanze  mutate dei tempi, tali processi si potevano prevedere con un certa sicurezza e, con loro, lo sbocco che avrebbero potuto avere in seguito.

Questa teoria dei "cicli ricorrenti" . stabilendo costanti, permette di attribuire una base scientifica alla ricerca storica, nella misura in cui si riesca a estrapolare una serie di parametri e discriminanti comuni -  costanti e variabili, appunto - per definire e catalogare le diverse epoche, per poi passare a  elaborare modelli matematici. Inoltre permette di "disegnare" con una certa discreta approssimazione il " ritratto" di un certo popolo o di una certa nazione e pronosticare le loro  vicende future.
Di più: raccogliendo gli indizi più diversi tramite un’indagine approfondita si può ricostruire un intero quadro storico: i motivi, le cause e anche (con vere basi storiche, naturalmente, e   non certo con le" invenzioni creative" che abbiamo visto usare  negli ultimi anni, con molta disinvoltura, dagli scrittori di  "fantastoria")   i burattinai nell’ombra…
Come un teorema matematico.
Si può condividere più o meno una teoria del genere: certo è - difficile controbattere -  che i "corsi e i ricorsi" non mancano anche nella  Storia più vicina a noi : quella, per intenderci, degli ultimi  sei, sette secoli, ma non solo quelli. Seguendo il metodo storiografico di Vico il romanzo storico, sia esso proiettato nel passato, nel presente e - perché no? - nel futuro ha solide basi e garanzie di veridicità.
 




Una prova possiamo averla leggendo il divertente romanzo di Chesterton: "L'osteria Volante", prova vivente che la "psicostoriografia" di Isaac Asimov non è un'opinione..
Conoscete? "L'osteria Volante" ?. Ne avete vagamente sentito parlare? Se sì, c'è ancora speranza per il Romanzo Storico. Ma non ci scommetterei...
E guardiamo quello che succede  in questi ultimi anni: forse è proprio perché la teoria di Vico ha un suo fondamento che oggi  la Storia è  fatta sottostimare apposta. Sembra spesso che ci sia il tentativo subliminale, da parte di alcuni gruppi che ne hanno interesse, di fare " dimenticare" la vera Storia alle nuove generazioni in modo che non comprendano in che direzione sono condotte, in quali vecchi errori, vestiti a nuovo, sono trascinati da chi vuole approfittare dell'ignoranza altrui per fare il proprio vantaggio….
Sono note certe "invenzioni creative" che hanno costellato nei decenni passati, libri di testo di storia  nelle nostre scuole e che hanno sollevato più di una protesta.
 
Osserviamo, per esempio, la sordina che è stata messa proprio nel suo centenario (1913/14- 2013/14) alla Grande guerra. Celebrazioni? Molto inadeguate.  Libri e Pagine di giornali?  Convenzionali.   Fiction? Scarse e poco pubblicizzate, per lo più di maniera. Sempre e comunque ricostruzioni di “luoghi comuni”, mai critiche o contradditorie…
E  la Belle Époque? Il periodo che preparò la Grande Guerra? Chiedete agli studenti medi, quelli che frequentano quelle scuole dell’obbligo che dovrebbero  gettare le basi per i cittadini di domani: ignoranza quasi assoluta. Eppure la Belle Époque assomiglia terribilmente al mondo occidentale di oggi e  i riferimenti alla cultura, ai problemi sociali e del lavoro, alle crisi economiche, alla politica, alla finanza, alla necessità di fonti energetiche di allora, assomigliano in modo impressionante a quelli odierni.

Non parliamo poi della Storia antica: i popoli del Mediterraneo, dagli Egizi ai Romani: chi ha buone basi? E’ tanto se si balbetta di Piramidi e Sfingi. Fidia? Chi era costui?
Stessa fine fanno la Storia dell'Arte, della Musica, del Costume, doverosi e necessari arricchimenti alla Storia propriamente detta. (Conoscete qualche genitore che non abbia detto a suo figlio che frequenta le scuole medie: "Non preoccuparti dei voti di Arte e di Musica, tanto sono materie di serie B...)
Eppure si tratta dell’infanzia delle nostre radici, del nostro essere nel mondo…storia di cui sono a conoscenza solo gli addetti ai lavori e spesso in modo non completo appunto perché figli di una preparazione lacunosa.

Il Romanzo storico, melange  di Storia, avventure e sentimenti è capace di  fare rivivere mondi, di dipingere scenari di verità, aprire porte dimenticate...
Ma il Romanzo storico, in quest'ultimo decennio,  è la principale vittima di questo andazzo soprattutto in Italia : è guardato con sospetto, perché con le sue vicende potrebbe avvincere, e avvincendo allargare gli orizzonti asfittici del politically correct, e aprire strade proibite, e seminare dubbi, e risalire a paragoni imbarazzanti, e creare cerchi nell’acqua stagnante, in parole povere : far pensare. Peccato gravissimo, oggi. Oggi non si deve pensare troppo, riflettere e sapere. L'uomo della strada non deve sapere.
Perché sapendo, si controlla.

Appunto, come si è detto nel precedete post citando Orwell: Chi controlla il passato controlla il futuro e chi controlla il presente controlla il passato”…




domenica 15 giugno 2014

Historia magistra vitae? Verità, manipolazioni, oblii : la fine del romanzo storico - 1: la domanda.



Willem de Kooning - Rotterdam

Dov’è finito il romanzo storico italiano? O meglio, facciamoci  prima la domanda “a monte” : dov’è finita la Storia in Italia?


Come ribadisce bene anche Franco Cardini, la Storia, (e io aggiungo anche la Storia dell’Arte, della Musica, del Costume che non sono altro che un arricchimento della prima) come materia di ricerca e di studio  è quasi del tutto scomparsa, specialmente nelle scuole, o meglio è spesso usata per fini diversi dalla sua vera vocazione  : Purtroppo, anche la Storia come materia di studio, resa “noiosa” da una pletora d’insegnanti inadeguati, è sparita da quel bagaglio di conoscenze imprescindibili per un uomo che possa dire di disporre di una “cultura… (omissis)… E stendiamo un velo pietoso sia su chi vorrebbe che certi fatti non venissero indagati affatto e su chi ha reso la materia una sorta di necrologio, una contabilità di morti da addebitare all’avversario ideologico, a lode e gloria eterna di un “presente” liberaldemocratico concepito come ‘sospeso’ al di fuori dal tempo e perciò al di fuori di ogni “giudizio storico”…. [1]

Poiché ha la nomea di “materia noiosa”, lo studente medio italiano e anche l’italiano, in generale, non ne coglie più l’importanza fondamentale, ne tralascia totalmente lo studio, se ne fa un vanto della sua ignoranza, non capendo di cancellare così le sue radici e, con loro,  il suo essere sé stesso.
Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo dice Primo Levi, e Paolo Tognina[2] ricorda il filosofo Bernard Henry-Lévy che ha scritto: “Sapete come si fa a uccidere un uomo due volte? Dimenticando di averlo già ucciso una volta
Orwell è ancora più preciso :” Chi controlla il passato controlla il futuro e chi controlla il presente controlla il passato”.
E’ forse in quest’ultima frase che evidenzia drammaticamente la spiegazione di questo fenomeno presente da tempo in maniera macroscopica in Italia, ma di cui non fu  indenne l’ Unione Sovietica  e, ora, da qualche tempo, anche l’Europa del “politically correct”  con il resto del mondo.

E questo lo si vede dal diradarsi, se non dallo sparire, del romanzo storico, in favore di un  discutibile genere letterario : la “fantastoria”, dove, i romanzi e le fiction vengono ambientati in vaghi scenari, dove sono elaborate teorie  storiche, spiegazione degli eventi umani, con dati ed episodi del tutto privi di obbiettività scientifica e fondamento reale, in favore di teorie inventate e del tutto prive di verità.
Isaac Asimov, un fisico e grande scrittore di fantascienza, ha messo  invece in evidenza, nel suo grande ciclo della “Fondazione” (un classico capolavoro della fantascienza), come sia determinante la conoscenza approfondita e puntuale della storia.

Egli ha compiuto l’operazione inversa di quella che oggi la “fantastoria” si propone: nel mondo immaginario di una Federazione Galattica, lontana anni luce dalla nostra epoca, egli ci presenta la geniale figura di Hari Seldom, Primo Oratore  della Federazione. Hari è un professore di “Psicostoriografia”, una sorta di scienza della Storia che permette di prevedere gli eventi futuri, attraverso l’analisi dettagliata e scientifica dei  fatti del passato e permette di condurre a buon fine - verso la verità dell’uomo -  le ricerche, gli obbiettivi e le sorti dell’intera galassia.

Asimov, russo per nascita e americano d’adozione,  non ignorava quello che accadeva in quegli anni nell’Unione Sovietica, dove, ciclicamente, si spedivano a casa di ogni possessore dell’Enciclopedia Sovietica le pagine che occorreva sostituire  per una “corretta” visione di cronaca e storia, e volle, così, in quei lontani anni, sottolineare l’importanza della verità storica.

Ma oggi qualcosa sta cambiando, e in peggio.
I diversi concetti di storia presenti finora nella storiografia [3]potevano essere sintetizzati nelle due grandi visioni della storia: o come processo in continua evoluzione o come processo compiuto di cui il presente è il punto di arrivo o di arresto. Nel primo caso la storiografia era concepita come "ricerca", mentre nel secondo caso diventava "archivio dei fatti" o "raccolta".

Per Francis Fukuyama[4] invece ciò non è corretto: nella sua pubblicazione "La fine della Storia" essa viene concepita come storia unidirezionale e universale dell'umanità, una pretesa di rintracciare nella successione degli eventi una loro profonda finalità: cicli e discontinuità degli eventi vengono compresi in questa concezione complessiva della storia nel suo insieme: i motori del processo storico sono lo "spirito della scienza", ossia la tendenza dell’uomo a evolvere il proprio modo di vivere attraverso le conoscenze e le scoperte tecnologiche, e il "desiderio di riconoscimento", ovvero la sua vocazione a vedersi riconosciuti la sua identità e i suoi diritti da parte dei propri simili. Fukuyama vede nella forma di stato ispirata al liberalismo democratico come  l’ultima possibile per l’uomo, e anche la più perfetta: essa non può infatti degenerare in niente di peggio, ed essa stessa non è degenerazione di nessun’altra forma politica. La storia si muove verso il progresso e il progresso tecnologico e industriale è stato assicurato, guidato ed indirizzato dal  capitalismo  in ambito economico. Il capitalismo ha il suo corrispettivo politico nella democrazia liberale, sia perché questa è meglio compatibile con il governo di una società tecnologicamente avanzata, sia in quanto l'industrializzazione produce ceti medi che esigono la partecipazione politica e l'uguaglianza dei diritti. (Volendo volgarizzare e semplificare al massimo, un ritorno all'ottocentesco concetto delle "magnifiche sorti e progressive...". Positivismo insomma, con un pizzico di tecnologia futuribile... )

Da queste ed altre considerazioni del suo saggio filosofico, Fukuyama arriva a fondere la  Storia in un relativismo culturale per cui nessuno dei diversi modi di vivere e di pensare propri dei diversi habitat umani è superiore ad un altro e non esiste una "cultura umana", ma diverse culture proprie dei diversi ambienti: radici, conoscenze, culture, costumi, religioni vengono azzerate in un magma indistinto dove la storia universale è il cammino unidirezionale e tendente al progresso che tocca tutti i popoli.

Se davvero l’Arte, figurativa e non, molto spesso intuisce e preannuncia, prima che accada, o rappresenta nella sua essenza, un momento della storia umana, nulla meglio dell’arte informale di un Dubuffet, di un Fontana, di un Burri e una canzone dei Beatles : “Imagine” , definisce al meglio la nostra epoca. Ma queste letture sono giuste?  O un po' inquietanti ? Al prossimo post la risposta.





[3] La storiografia è in senso letterale la descrizione (in greco graphia, da graphè, "descrizione") della storia e comprende tutte le forme di interpretazione, dalla trattazione e trasmissione di fatti e accadimenti della  vita degli individui e delle  società del passato storico all interpretazione che ne danno gli storici. Tra le discipline scientifiche e letterarie, la storiografia è forse quella più ostica da definire, poiché il tentativo di  scoprire e conoscere  gli eventi accaduti nel passato, formulandone un resoconto ( logos)   intelleggoibile, implica necessariamente l'uso e l'influsso di numerose discipline ausiliarie.


sabato 21 dicembre 2013

Concilio sì, Concilio no - L'ermeneutica della continuità o della discontinuità?



Uno dei problemi che ha attraversato i  cinquant’anni  trascorsi dalla chiusura dal Concilio Vaticano secondo è certamente l’interpretazione  che da molte parti si tenta di fare.
Questo problema  deriva dal fatto che tante sono le posizioni: fu o non fu un concilio “dogmatico” nel tradizionale  significato del termine, piuttosto che  un Concilio “pastorale” ? [1]  O fu un Concilio problematico perché divise anziché unire?[2]
Potremmo fare un elenco corposo di tutte le prese di posizione che si sono alternate  sull’argomento, nel campo editoriale di questi anni, senza giungere a una conclusione precisa; meglio rivolgersi a chi nel Magistero della Chiesa è abilitato a dire parole certe sull’ermeneutica (interpretazione) di un argomento di questo tipo.
Come riporta Wikipedia:  “… a differenza degli altri Concili, il Vaticano II pone un problema di interpretazione. Questa particolarità può essere fatta derivare dall'intendimento stesso del Concilio che non fu di definire «un punto o l'altro di dottrina e disciplina» ma di «rimettere in valore e in splendore la sostanza del pensare e del vivere umano e cristiano»[3].
A quest'intendimento seguì una mancanza di definizioni dogmatiche, da cui è sorto un dibattito sulla natura dei documenti e sulla loro applicazione.[4] Tutti i Concili ecumenici hanno avuto i loro storici che hanno contribuito a fornire un'interpretazione partendo dalla loro visuale[5], tuttavia solo per il Concilio Vaticano II si sono affrontate due ermeneutiche contrarie.[6] Secondo alcuni critici la presenza di ermeneutiche contrapposte può essere imputata ad un'ambiguità o ambivalenza dei documenti conciliari.[7] …”
Queste due ermeneutiche sono indicate sotto i nomi di ermeneutica della continuità e della discontinuità, la prima  fatta propria dal Magistero, la seconda autoreferenziale.

Infatti nell’Ermeneutica della continuità possiamo annoverare tutti i successori di Giovanni XXIII, che del Concilio non vide la fine e quindi non poté commentarne le interpretazioni che ne seguirono: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco.

·        Paolo VI nel 1966, ad un anno dalla chiusura del Concilio, evidenziò due tendenze interpretative considerate errate:
“… E [...] sembra a Noi doversi evitare due possibili errori: primo quello di supporre che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo rappresenti una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare che lo precede, quasi ch'esso sia tale novità da doversi paragonare ad una sconvolgente scoperta, ad una soggettiva emancipazione, che autorizzi il distacco, quasi una pseudo-liberazione, da quanto fino a ieri la Chiesa ha con autorità insegnato e professato [...] E altro errore, contrario alla fedeltà che dobbiamo al Concilio, sarebbe quello di disconoscere l'immensa ricchezza di insegnamenti e la provvidenziale fecondità rinnovatrice che dal Concilio stesso ci viene “
(Paolo VI, Omelia in occasione del I anniversario della chiusura del Concilio, 8 dicembre 1966 [8])

E le sottolineò ancora nel 1972, il 29 giugno:

“…Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: "Non so, non sappiamo, non possiamo sapere". La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno. Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli”.

E ancora nel 1977 a Jean Guitton:

«C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: "Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?". Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia». (8 settembre 1977).

·        Giovanni Paolo II  il 4 marzo del 1979  dice nella “Redemptor hominis”, riconoscendo apertamente come la Chiesa inizi con la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e su Maria nel Cenacolo e non come alcuni fantasiosi interpreti “dopo” il Concilio Vaticano II:
(omissis)
“…lasciandomi guidare dalla fiducia illimitata e dall'obbedienza allo Spirito, che Cristo ha promesso ed inviato alla sua Chiesa. Egli diceva, infatti, agli Apostoli alla vigilia della sua passione: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma, quando me ne sarò andato, ve lo manderò»
. «Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio»
. «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”.
   (omissis)
 “…Affidandomi pienamente allo Spirito di verità, entro, dunque, nella ricca eredità dei recenti pontificati. Questa eredità è fortemente radicata nella coscienza della Chiesa in modo del tutto nuovo, non mai prima conosciuto, grazie al Concilio Vaticano II, convocato e inaugurato da Giovanni XXIII e, in seguito, felicemente concluso e con perseveranza attuato da Paolo VI, la cui attività ho potuto io stesso osservare da vicino. Fui sempre stupito dalla sua profonda saggezza e dal suo coraggio, come anche dalla sua costanza e pazienza nel difficile periodo postconciliare del suo pontificato. Come timoniere della Chiesa, barca di Pietro, egli sapeva conservare una tranquillità ed un equilibrio provvidenziali anche nei momenti più critici, quando sembrava che essa fosse scossa dal di dentro, sempre mantenendo un'incrollabile speranza nella sua compattezza. Ciò, infatti, che lo Spirito disse alla Chiesa mediante il Concilio del nostro tempo, ciò che in questa Chiesa dice a tutte le Chiese non può - nonostante inquietudini momentanee - servire a nient'altro che ad una ancor più matura compattezza di tutto il Popolo di Dio, consapevole della sua missione salvifica.
Proprio di questa coscienza contemporanea della Chiesa, Paolo VI fece il primo tema della sua fondamentale Enciclica, che inizia con le parole Ecclesiam Suam, ed a questa Enciclica sia a me lecito, innanzitutto, di far riferimento e collegarmi in questo primo e, per così dire, inaugurale documento del presente pontificato. Illuminata e sorretta dallo Spirito Santo, la Chiesa ha una coscienza sempre più approfondita sia riguardo al suo ministero divino, sia riguardo alla sua missione umana, sia finalmente riguardo alle stesse sue debolezze umane: ed è proprio questa coscienza che è e deve rimanere la prima sorgente dell'amore di questa Chiesa, così come l'amore, da parte sua, contribuisce a consolidare e ad approfondire la coscienza. Paolo VI ci ha lasciato la testimonianza di una tale coscienza, estremamente acuta, della Chiesa. Attraverso le molteplici e spesso sofferte componenti del suo pontificato, egli ci ha insegnato l'intrepido amore verso la Chiesa, la quale - come afferma il Concilio - è «sacramento, o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano” 

·        Benedetto XVI nel 2005:
Il 22 dicembre 2005, in un discorso ai membri della Curia romana, ha espresso una chiara posizione su questo argomento, sostenendo la cosiddetta ermeneutica della continuità. Egli, seguendo con più vigore la linea tracciata dai suoi predecessori, ha testualmente affermato l'erroneità dell'opinione secondo la quale il Concilio Vaticano II avrebbe dato vita ad una sorta di "rivoluzione" all'interno della Chiesa che autorizzerebbe a mutare, rispetto al passato, il costante insegnamento del magistero in materia di dottrina o di fede. Di conseguenza, l'unica interpretazione lecita dei documenti del Concilio Vaticano II, deve comunque procedere in assoluto accordo, rispetto al contenuto ed allo spirito delle precedenti proposizioni che hanno dato vita al "depositum Fidei" proprio alla tradizione cattolica: [9]
 Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità. La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi; essa prosegue “il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”, annunziando la morte del Signore fino a che Egli venga”

E ancora:

“…Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L'una ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un'interpretazione che vorrei chiamare "ermeneutica della discontinuità e della rottura"; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall'altra parte c'è l'"ermeneutica della riforma", del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino…”

E ancora:

“ L'ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l'intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito.”

Il 10 marzo 2010  ha ribadito questa convinzione, affermando che:

 Dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un'altra Chiesa, che la Chiesa pre-conciliare fosse finita e ne avremmo avuta un'altra, totalmente "altra". Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, papa Paolo VI e papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall'altra, nello stesso tempo, hanno difeso l'unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di Grazia[10]

Infine 
·        Papa Francesco : dalla lettera del 19 novembre 2013 che nomina del Cardinale Brandműller quale inviato speciale di  Papa Francesco per le celebrazioni del 450° anniversario del Concilio di Trento (1463) si legge tra l'altro:

“… Per ispirazione e suggerimento dello Spirito Santo, interessò loro moltissimo che il sacro deposito della dottrina cristiana non fosse solo custodito, ma risplendesse più chiaramente, affinché l’opera salvifica del Signore venisse diffusa in tutto il mondo e venisse esteso il Vangelo in tutta la terra.
Dando ascolto senza dubbio allo stesso Spirito, la Santa Chiesa di questo tempo ripete e medita anche oggi la ricchissima dottrina tridentina.
Infatti “l’ermeneutica della riforma” che il Nostro Predecessore Benedetto XVI descrisse nell’anno 2005 alla Curia Romana si riferisce al Concilio Vaticano non meno che al Tridentino. Certamente questo modo di interpretare pone sotto una luce più nitida l’unica natura luminosa della Chiesa che lo stesso Benedetto XVI attribuì ad essa: “è un soggetto che, nel scorrere dei secoli, cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino…” 
L’intero testo si può leggere al link:

E per concludere ecco il Testo di Papa Francesco proveniente dalla pagina :

http://it.radiovaticana.va/news/2013/04/16/il_papa:_concilio,_opera_dello_spirito_santo,_ma_c%C3%A8_chi_vuole_andare/it1-683211
del sito Radio Vaticana e pronunciato a Santa Marta nel giorno del compleanno di Benedetto XVI, il 16 aprile 2013:
“….Per dirlo chiaramente: lo Spirito Santo ci dà fastidio. Perché ci muove, ci fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti. E noi siamo come Pietro nella Trasfigurazione: ‘Ah, che bello stare così, tutti insieme!’ … ma che non ci dia fastidio. Vogliamo che lo Spirito Santo si assopisca … vogliamo addomesticare lo Spirito Santo. E quello non va. Perché Lui è Dio e Lui è quel vento che va e viene e tu non sai da dove. E’ la forza di Dio, è quello che ci dà la consolazione e la forza per andare avanti. Ma: andare avanti! E questo da fastidio. La comodità è più bella”.
Oggi – ha proseguito il Papa – sembra che “siamo tutti contenti” per la presenza dello Spirito Santo, ma “non è vero. Questa tentazione ancora è di oggi. Un solo esempio: pensiamo al Concilio”:
“Il Concilio è stato un’opera bella dello Spirito Santo. Pensate a Papa Giovanni: sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo 50 anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuità della crescita della Chiesa che è stato il Concilio? No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore”.
Succede lo stesso – aggiunge il Papa – “anche nella nostra vita personale”: infatti, “lo Spirito ci spinge a prendere una strada più evangelica”, ma noi resistiamo. Questa l’esortazione finale: “non opporre resistenza allo Spirito Santo. E’ lo Spirito che ci fa liberi, con quella libertà di Gesù, con quella libertà dei figli di Dio!”:
“Non opporre resistenza allo Spirito Santo: è questa la grazia che io vorrei che tutti noi chiedessimo al Signore: la docilità allo Spirito Santo, a quello Spirito che viene da noi e ci fa andare avanti nella strada della santità, quella santità tanto bella della Chiesa. La grazia della docilità allo Spirito Santo. Così sia”.
L’ermeneutica  della discontinuità tende a dare valore al Concilio in quanto evento, anche in considerazione di alcune caratteristiche particolari del Vaticano II: l'assenza di uno scopo storico determinato, il rigetto degli schemi preparatorii, l'elaborazione assembleare dei documenti e anche la percezione del Concilio come evento cruciale da parte dell'opinione pubblica. Questa ermeneutica mira a valorizzare non soltanto i documenti approvati dal Concilio, ma anche i dibattiti interni all'assemblea e la percezione del Concilio all'esterno, da parte dei fedeli.[12]
I sostenitori dell'ermeneutica della discontinuità sono rappresentati dalla cosiddetta "scuola di Bologna" diretta da Giuseppe Alberigo, un allievo di Giuseppe Dossetti, autore di una "Storia del Concilio Vaticano II" in cinque volumi. Alla scuola di Bologna appartengono anche Giuseppe Ruggieri, Maria Teresa Fattori e Alberto Melloni. Fuori dall'Italia quest'impostazione è sostenuta da Yves Chiron, David Berger, John O'Malley, Gilles Routhier e Cristoph  Theobald.[13]
Sostengono l'ermeneutica della discontinuità, accompagnandola ad una serrata critica al Concilio, anche molti gruppi tradizionalisti, legati soprattutto alla Fraternità San Pio X, e alcuni studiosi come il filosofo Romano Amerio[14]. Lo storico Roberto de Mattei è recentemente intervenuto nel dibattito con il libro “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta”, in cui, senza entrare nel merito della discussione teologica, sostiene sul piano storico l'impossibilità di separare il Concilio dagli abusi postconciliari, isolando questi ultimi come una patologia sviluppatasi su un corpo sano. 

Credo che l'ermeneutica della discontinuità abbia una grossa ipoteca alla sua radice sia tra i sostenitori  dell’una o dell’altra scuola, infatti  con un breve sillogismo si può concludere:

·        se è vero che la Successione Apostolica nella Chiesa Cattolica  non è mai venuta meno nei venti secoli di Cristianesimo, e tanto meno nel secolo XX,

·        se è vero che il Concilio Vaticano I° ha sancito l’infallibilità papale (ex cathedra),

·        allora hanno ragione Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco, ad affermare con forza  l'ermeneutica della continuità, ed è in questa direzione che si ha l’obbligo di proseguire.


[1] Stefano Fontana : “Il Concilio restituito alla Chiesa…” –  (La fontana di Siloe – 2013).
[2] Cristina Siccardi “L’inverno della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II…”  ( Sugarco editore -2013)
[3] Giovanni XXIII, Allocuzione del 14 novembre 1959, L'Osservatore Romano, 15 novembre 1959, cit. da Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II.  Una storia
  mai  scritta, Torino 2010, p. 127
[4] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 6, 15
[5] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, p. 6
[6] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, p. 14
[7] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, p. 14
[10] Benedetto XVI, Udienza generale, 10 marzo 2010.
[11] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 7-9
[12] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 7-9
[13] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 10
[14] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino 2010, pp. 10



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